Poecilia wingei – Il Guppy Selvatico…

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Poecilia wingei

P.wingei
Un maschio var. “blackbar”
Stato di conservazione
Prossimo alla minaccia (nt)
Classificazione scientifica
Regno: Animalia
Phylum: Chordata
Subphylum: Vertebrata
Classe: Actinopterygii
Ordine: Ciprinodontiformes
Famiglia: Poeciliidae
Genere: Poecilia
Specie: P. wingei
Nomenclatura binomiale
Poecilia wingei
Poeser, Kempkes, & Isbrücker, 2005
Sinonimi
Poecilia endleri
Partecipa al Progetto:Forme di vita

Poecilia wingei, conosciuto comunemente come Poecilia di Endler o Endler, è un piccolo pesce d’acqua dolce appartenente alla famiglia Poeciliidae.

Indice

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Classificazione [modifica]

Per anni è stato aperto il dibattito se considerare il P. wingei una specia a parte o conspecifico del Poecilia reticulata; recentemente è stato descritto e classificato (da N. Poeser, Michael Kempkes, Isaäc J. H. Isbrücker) Poecilia wingei in onore del biologo e genetista danese Øjvind Winge (1886-1964).

Diffusione e habitat [modifica]

Il biotopo nel quale sono stati rinvenuti è la Laguna de Patos, nella regione di Cumana, in Venezuela. È una laguna formatasi per l’afflusso di acqua dolce in una zona vicina al mare che un tempo doveva essere salmastra. I wingei si ritrovano in essa ed in una serie di piccoli specchi d’acqua intercomunicanti in alcuni momenti dell’anno. Negli stessi luoghi vive anche Poecilia reticulata, con il quale è anche possibile che si accoppi e generi ibridi.
L’habitat dove vive P. wingei è una zona ad alto rischio di distruzione e inquinamento (un deposito di rifiuti è stato costruito vicino alla laguna) e la specie è in pericolo in natura.

Descrizione [modifica]

Poecilia wingei presenta il tipico dimorfismo sessuale di molti pecilidi: femmine grandi e poco o affatto colorate, maschi piccoli e molto appariscenti.

Il maschio è provvisto di gonopodio, raggiunge una taglia normalmente inferiore ai 3 cm (coda compresa) e presenta dei vistosi colori iridescenti contrastati da macchie e linee nere che possono essere di diverse forme (barra nera obliqua che parte dalla pinna dorsale e finisce sulla pettorale, oppure punti neri di diversa forma).

Una femmina

Una femmina

Due maschi

Due maschi

Normalmente si trovano esemplari con dominanti arancio più o meno acceso e riflessi verde iridescente o azzurro. Le macchie di colore sono irregolari e si estendono a parti della coda, a formare una sorta di “doppia spada”.

La femmina raggiunge solitamente i 3 cm di lunghezza, è di colore grigio argento fino a grigio verde, le pinne dorsali e caudale sono normalmente trasparenti.

Riproduzione [modifica]

Sono pesci ovovivipari: le femmine partoriscono avannotti sviluppati e autonomi. In natura, nella calda stagione, ogni 40 giorni una femmina ben nutrita e adulta partorisce da 10 a 30 piccoli già autonomi, che normalmente non vengono mangiati dai genitori (come invece accade con altre specie di pecilidi).

Alimentazione [modifica]

In natura si nutre di larve di insetti e di alghe.

Acquariofilia [modifica]

Dalla fine del XX secolo è diventato popolarissimo tra gli appassionati di acquariofilia per la brillantezza della livrea e le dimensioni contenute che ne permettono l’allevamento anche in piccoli acquari. Ancora non diffusissimo nei negozi, alimenta invece un vivace scambio tra gli allevatori appassionati.

Collegamenti esterni [modifica]

BOTIA: IL PESCE ATTIRA MALATTIE…

PRIMA DI COMPRARE UN BOTIA PENSATECI 4 VOLTE…

8 SU 10 PRENDONO I “PUNTINI BIANCHI” E TANTE ALTRE MALATTIE, SONO FRA I PESCI + DELICATI IN ASSOLUTO, DOPO I PREGIATI DISCUS OVVIAMENTE…

ACQUA PER ACQUARI: Tutto quello che c’è da sapere…

Quali prodotti chimici test o altro ho realmente bisogno per inizializzare e mantenere in perfetta efficienza il mio acquario?

I test più utili sono quelli per il pH, il GH, il KH e i nitriti. Se vuoi approfondire i controlli c’è anche i nitrati, la conducibilità e il ferro. Attenzione al tipo di luce che adoperi per confrontare il colore del liquido nella provetta, e’ consigliabile fare queste misurazioni alla luce del giorno, la luce artificiale potrebbe falsare il confronto tra il liquido e il colore di riferimento.

Quali sono i valori medi dell’acqua per un acquario di comunità ?

I valori medi dell’acqua per un acquario di comunità sono pH 7-GH 10-KH 3-Nitriti assenti Nitrati < 25mg/l, temperatura intorno a 26 gradi. Questi valori vanno bene per la maggior parte dei pesci ma non per tutti. Ricordati di informarti sempre, quando compri un pesce, sulle sue esigenze.

E’ indispensabile la misurazione del KH? Cosa succede se i valori non dovessero essere dentro i limiti?

Piuttosto utile. Se sono molto bassi rischiano di rendere il pH molto instabile con picchi (anche giornalieri) piuttosto ampi e, a catena, rendere problematico il tutto. Sui 4 gradi va tutto bene.

Esiste una differenza tra l’acqua demineralizzata che si compra nei supermercati x ferro da stiro ecc. e l’acqua distillata che si compra nel negozio degli acquari.

Solitamente l’acqua demineralizzata che si compra nei supermercati e’ prodotta facendo passare l’acqua di rubinetto attraverso resine cationiche ed anioniche che trattengono la totalità di sali. La rigenerazione di tali resine viene effettuata con soda caustica e acido cloridrico (a seconda della resina) e se le resine non vengono ben risciacquate son guai per i pesci. L’acqua che trovi in negozio di solito e’ prodotta tramite osmosi inversa (e quindi non si può chiamare distillata) e non presenta l’inconveniente di cui sopra.

Che cos’è l’acqua osmotica?

Il termine corretto sarebbe acqua d’osmosi inversa o acqua RO (Reverse Osmosis). E’ un sistema di purificazione dell’acqua che, sfruttando la pressione delle tubature (o di pompe se questa non bastasse) fa passare una parte di acqua attraverso una membrana osmotica ma nel verso contrario rispetto a quello in cui andrebbe naturalmente.
Ovvero, avendo un’acqua ricca di sali come quella di rubinetto, ed un’acqua teoricamente pura come la distillata dall’altra parte della membrana la pressione osmotica spingerebbe la seconda ad attraversare la membrana per unirsi alla prima. Ma visto che noi vogliamo ottenere la seconda, bisognerà applicare una pressione tale che il flusso vada in senso contrario facendo passare per la membrana quella di rubinetto, ma priva di una gran parte dei sali e schifezze varie.
Il vantaggio e’ di ottenere un’acqua ottima per l’acquariofilia seppur da arricchire con eventuali tamponi o da tagliare con l’acqua di rubinetto.
Se l’impianto di osmosi e’ buono, si riescono ad ottenere KH e GH a 0 ed un’eliminazione tra il 95 ed il 99% di tutto il resto quali fosfati, nitrati, silicati, ecc., ecc.
Quindi e’ ottima per abbassare la durezza dell’acqua di un acquario.

Se introduco nella vasca qualche litro di acqua frizzante… questa contiene CO² ma che danni può provocare???

L’idea di aggiungere di acqua minerale gasata, in linea di principio potrebbe essere corretta.
In pratica, no.
Il motivo e’ semplice (anzi, i motivi):
1 – il costo (ma puoi anche trovare acqua minerale che costa meno di quella osmotica e della CO² da aggiungere)
2 – il vero motivo e’ che in tal modo hai un picco di CO² all’aggiunta dell’acqua, con un rapido calo nel giro di poche ore, dovuto al movimento della pompa.
Risultato: stress per piante e pesci e nessuna possibilità da parte delle piante di sfruttare la CO² aggiunta.

Posso usare l’acqua di uscita di un condizionatore per il mio acquario?

Assolutamente NO! L’acqua che gocciola da un impianto di condizionamento dell’aria e’ ricca di polveri, fumo e inquinanti vari che ci possono essere nell’ambiante. Va’ anche considerato che quest’acqua condensa a contatto con le serpentine di alluminio o rame del condizionatore e quindi rischi di mettere in acquario acqua fortemente inquinata.

C’è nessuno nel newsgroup che utilizza acqua piovana al posto di quella di osmosi per i cambi parziali ?

Nel suo percorso il vapore acqueo che forma le gocce di pioggia raccoglie (sia salendo che scendendo) particelle di varia natura, quasi tutte fortemente inquinanti, per poi trascinarle con sé, finendo invariabilmente nella vasca di chi, imprudentemente, dovesse utilizzare l’acqua piovana.
Non serve né abitare in piena campagna (le piogge acide che hanno semi – distrutta la foresta nera dovrebbero pur insegnare qualcosa) né tantomeno aspettare che le grondaie siano pulite, anche perché dovrebbero essere fatte di Rame, inquinantissimo per sua natura, senza nemmeno bisogno dello sporco.
Unico metodo eventualmente in grado di assicurare un qualche grado di utilità per la pioggia in acquario, consisterebbe nella sua filtrazione attraverso carbone attivo (a pressione) e sua distillazione per evaporazione (molto meglio un impiantino di OI da casa) NON utilizzate acqua piovana PER NESSUN motivo…
Se non per annaffiare il prato.

Sento parlare ogni tanto di decalcificazione biogena, di cosa si tratta?

Le piante abbisognano di carbonio. La fonte migliore è rappresentata dalla CO², ma alcune piante quanto questa scarseggia, riescono a sfruttare le fonti di carbonio più difficili da sfruttare e cioè i carbonati.
Perchè avvenga una decalcificazione elevata (che porta ad abbassamento del KH ed aumento del pH) serve però una buona quantità di luce e delle piante molto efficienti in questo processo che sono:

  1. Elodea densa (la più efficiente)
  2. Hygrophila
  3. Vallisneria
  4. Saggitaria

Sul pelo dell’acqua del mio acquario c’è una patina untuosa come se ci fosse dell’olio, come la posso eliminare?

Per eliminare quella patina dalla superficie dell’acqua puoi provare a fare un foro nella parete del primo scomparto del filtro e metterci una griglietta di quelle che vendono nei negozi di acquari. In questo modo l’acqua che c’è in superficie finirà nel filtro e sarà questo a ripulirla.
Un altro sistema e’ quello di avere delle piante galleggianti tipo Ceratophyllum demersum. Un sistema più drastico e’ quello di usare della carta assorbente da cucina, appoggiandola sul pelo dell’acqua e poi togliendola si toglie anche la patina. In tutti i casi bisogna cercare di capire il perchè di questa patina. Molto spesso si forma quando ci sono troppe sostanze organiche in vasca. E’ consigliabile fare un cambio d’acqua.

Come può essere la durezza carbonatica più alta della durezza totale?

Anche se il GH e’ definito come durezza totale, e’ normale pensare che il KH debba essere SEMPRE minore del GH.
In realtà non e’ cosi’: il KH infatti indica la quantità di carbonati e bicarbonati presenti in acqua, mentre il GH rappresenta una misura dei sali di calcio e magnesio.
La definizione di GH come durezza totale prendila come impropria.

Ho visto delle tabelle che danno la quantità di CO² in rapporto al KH e pH, sono affidabili?

NO! Molti (quasi tutti) di quelli che riportano quelle tabelle lo fanno copiando quelle che trovano in giro (letteratura compresa), senza sapere da dove si parte per ottenere quei numeri.
Il tutto deriva da una banalissima equazione, detta di Henderson-Hesselbach (che la formularono per primi) legata agli equilibri ionici in soluzione.
Poiché quell’equazione è riferita a soluzioni diluite in acqua pura e all’equilibrio, OGNI numero riportato nella tabella, soprattutto se applicato al campo dell’acquiariofilia, è ASSOLUTAMENTE INDICATIVO. Quindi se la tabella da come risultato 20, puo’ essere invece 25 o 30. Non perché la tabella sia sbagliata, ma perché l’equazione da cui parte ha dei limiti, primo tra tutti quello della temperatura. Inoltre, nelle nostre vasche, l’equilibrio dei bicarbonati è assolutamente dinamico e rende ancor più approssimata quell’equazione.

Trichogaster trichopterus: conosciamolo meglio

  
Famiglia: Belontidi (Belontiidae)
Morfologia
Esistono diverse forme ottenute per riproduzione selettiva: le piu’ facilmente reperibili in commercio sono la forma “tipica” della specie, la forma “gold” e la forma “cosby” (le foto mostrano un maschio ed una femmina di Trichogaster Trichopetrus “gold”).
Il corpo del Trichogaster Trichopterus si differenzia da quello di Trichogaster Leeri per la forma piu’ slanciata ed affusolata, ma con la testa piu’ tozza e meno appuntita, l’occhio e’ piu’ grande con iride spesso rossa.
La colorazione base e’ grigio-azzurra sulla quale spiccano due macchie scure una al centro del corpo e l’altra sul peduncolo caudale.
La colorazione “gold” e’ caratterizzata da un colore giallo dorato con striature verticali leggermente tendenti al bruno.Sono assentio poco visibili le macchie scure.
La colorazione “cosby” e’ ancora grigio-azzurra, non presenta le macchie scure ma le striature verticali sono molto piu’ accentuate rispetto ai disegni di base.
Il dimorfismo sessuale e’ particolarmente evidente nella forma e dimensione della pinna dorsale: piu’ lunga, appuntita nella parte posteriore quella del maschio, piu’ corta ed arrotondata quella della femmina. La femmina adulta ha una dimensione leggermente inferiore a quella del maschio.

Comportamento
Pesce tranquillo e pacato ideale per l’acquario di comunita’, diventa territoriale anche se mai troppo aggressivo durante il periodo riproduttivo. Vanno create ampie zone piantumate, perche’ la specie e’ piuttosto timida in alcune circostanze.
Le piante devono raggiungere la superficie dell’acqua ma devono sempre permettere al trichogaster di salire in superficie a prendere le boccate d’aria tipiche dei labirintidi.
Alimentazione
Specie originariamente carnivora, ben si adatta ad ogni tipo di cibo disponibile, sia esso secco, liofilizzato oppure vivo o congelato.
Come ogni trichogaster, e’ bene “rinforzare” la dieta in vista di un tentativo di riproduzione.
Riproduzione
La riproduzione e’ possibile anche in acquario di comunita’, ma e’ preferibile una vasca dedicata, anche di piccole dimensioni (a partire da una cinquantina di litri). Come gia’ detto le piante devono raggiungere la superficie, molto apprezzate le piante galleggianti tipo riccia fluitans o altre. Il trichogaster tichopterus, come il leeri si riproduce piu’ facilmente se “aiutato” preparandolo con cibo vivo o congelato, aumentando leggermente la temperatura (fino a 28°) e con un ph neutro o leggermente acido (6,5-7).
Il maschio prepara il nido di bolle sulla superficie ancorandolo ad una pianta, alle pareti dell’acquario, o ad un altro oggetto galleggiante (anche un pezzo di polistirolo puo’ andare bene); successivamente “invita” la femmina a seguirlo sotto il nido dove, se la femmina e’ pronta, avviene l’accoppiamento. I due pesci si abbracciano espellendo uova e liquido seminale, quindi il maschio raccoglie le uova fecondate con la bocca e le sputa nel nido. Dopo l’accoppiamento se in acquario dedicato si puo’ allontanare la femmina. Le uova si schiudono in 24-48 ore, il maschio si puo’ allontanare dopo altre 48-96 ore. I piccoli cresceranno all’inizio con infusori predandoli nelle piante galleggianti o vicine alla superficie, dopo una decina di giorni si possono cominciare a somministrare naupli di artemia o cyclops. I piccoli crescono piu’ velocemente di quelli di T.Leeri raggiungendo la maturita’ sessuale a circa sei mesi.
Habitat
Un acquario chiuso, riccamente piantumato e con vegetazione alta e’ sicuramente preferito da questo pesce.
L’acqua dovrebbe essere bassa o con zone di fondo rialzate, in modo che in alcuni punti non superi i 20 cm.
Il Trichogaster non ama correnti di superficie ed areatori, che sono quindi sconsigliati.
Note Speciali
Nelle zone di origine il Trichogaster viene allevato e/o pescato anche in risaie e corsi di acqua “lenti” ai fini alimentari.
I pesci vengono poi eviscerati ed essiccati per la conservazione.

Sud-est asiatico (Giava, Sumatra, Borneo, Malaysia, Cambogia, Thailandia, Birmania)
Parametri
Valori pH: 6 – 7
Valori GH: 8 – 15
Temperatura: 24 – 28 °C
Dimensioni (cm): 10 – 15
Difficoltà di allevamento: Facile

TRATTO DA ACQUARIOFILE.it

Scritto da GENERALE

GUPPY: Metodi di allevamento

 

Metodi di Allevamento

In questo articolo parleremo dei metodi di base per selezionare degli Show Guppy.

Inbreeding

I vantaggio di questo metodo è di fissare e migliorare la qualità delle pinne e del colore. Per questo metodo si usano molto attentamente guppy imparentati, tipo fratelli e sorelle, padre a figlia, o con backcrossing figlio a madre. Fondamentalmente si cercherà il migliore maschio o femmina di una prole e si accoppieranno insieme. Questo metodo si può utilizzare per più generazioni. Se si sviluppa un maschio insolito, lo  incroceremo con sua sorella, e se possibile, indietro a sua madre. Questo darà una percentuale più alta affinché si riformi questa nuova linea.

OUTCROSSING

Un Guppy ibrido è il risultato di un incrocio di pesci di varietà diverse e il metodo dell’outcrossing serve proprio a questo. Molti allevatori usano questo metodo per produrre dei Guppy per le gare, ma una volta avuto questo pesce è difficile stabilire la sua varietà, ma non per questo non potrà partecipare e vincere. Il problema è di fissare questa nuova varietà. Delle persone hanno creato delle belle varietà nuove, semplicemente incrociando tutto quello che hanno, sperando di trovare la combinazione giusta, ma alla fine si sono trovati con un bel pesce ma che non può essere riutilizzato. Un utilizzo più fruttuoso di questo metodo è di impiegare un pesce esterno per migliorare un colore o la grandezza di una pinna, in una nostra linea ben stabilizzata (è importante che lo sia) che non riusciamo a migliorare con gli altri metodi. Si utilizza, ovviamente, una varietà che si avvicini di molto alla nostra, ma che abbia le caratteristiche che mancano ad essa.

LINEBREEDING

Probabilmente il più sicuro ed efficace metodo per allevare guppy. È importante prendere note con questo metodo. Si prende il miglior maschio, e si alleverà con due delle sue sorelle. Quando partoriscono si tengono separati i figli delle due sorelle in modo da avere due linee con lo stesso padre ma madri differenti. Gli F2 che ne verranno si accoppieranno fra loro. Questo si può fare con sei generazioni. A questo punto si prende un maschio da una linea e si incrocia con una femmina dall’altra linea e viceversa. Poi ancora una volta si ripete il sistema. Se si scelgono i soggetti giusti, è possibile continuare per anni e ottenere guppy di qualità. Con questo metodo si evita di perdere la linea.

Ampullarie: Come allevarle al meglio…

 

L’Ampullaria (Apple Snail),  genere Pomacea, originaria del biotipo Centro e Sud americano, è stata introdotta in tutta la fascia tropicale a scopo di allevamento. E’ un gasteropode un po’ speciale; a differenza della maggioranza dei suoi colleghi, infatti, è sessuata e dotata di un apparato respiratorio misto, branchia e polmone, che le permette di respirare anche aria pur rimanendo sott’acqua attraverso il sifone di cui è dotata che funge da vero e proprio boccaglio sfruttato per immagazzinare una bolla d’aria.

Il suo apparato visivo è molto semplice e sufficiente solamente a distinguere gli ambienti luminosi da quelli bui, quello auditivo è addirittura assente. In compenso ha dei sensibilissimi tentacoli grazie ai quali riesce ad individuare il cibo con sicura precisione. Il suo sistema di locomozione è misto: ha un grande piede che le permette di  muoversi, ma anche la bolla d’aria che stiva nella chiocciola, utilizzata come le camere di zavorra dei sottomarini, le permette di galleggiare o lasciarsi cadere dolcemente.

Allevamento in acquario: necessita di acque logicamente medio-dure, tali da fornirle il calcio necessario all’accrescimento della chiocciola, e pH neutri tendenti al basico (7-7,5), necessari affinché non si verifichino danni alla corazza visibili come veri e propri buchi, che a lungo andare risulterebbero letali. La temperatura può variare dai 18 ai 30 gradi C (20-24 è quella ideale). Considerando che l’Ampullaria regolarizza il proprio metabolismo sulla temperatura, a 30 gradi la sua vita sarà di un anno, a 18 gradi 4 anni. Temperature inferiori ai 18 gradi la renderebbeo perennemente inattiva. Predilige acquari con corrente non eccessiva. Si adatta benissimo alla vita di comunità, ma non può stare con i Botia Macracantha, con la maggior parte dei ciclidi e in generale con tutti i pesci minimanente aggressivi. In acquario il suo cibo sarà costituito soprattutto da alghe (della cui eliminazione competerebbero con qualsiasi pesce alghivoro), dagli avanzi di scaglie, da foglie morte e da cadaveri di pesci, ma ricordatevi di dargli una comune pastiglia per pesci da fondo ogni tanto, oltre a delle integrazioni che vedremo in seguito. E’ molto sensibile all’uso di medicinali curativi, se dovete quindi utilizzarli è bene spostare l’Ampullaria finché non siano stati tolti completamente. In commercio si trovano principalmente due specie: la Bridgesi e la Canaliculata.

Distinguerle è importantissimo perché se entrambe hanno una propensione vegetariana che potrebbe portarle a danneggiare qualche pianta, la Canaliculata ne farà il suo alimento principale! Bisognerà osservare bene l’angolo di attacco dell’ultima spirale al corpo della chiocciola: la Bridgesi ha un angolo di 90 gradi, la Canaliculata inferiore. Assolutamente necessario è avere un acquario coperto perché in natura, sfruttando la sua capacità respiratoria, l’Ampullaria si sposta da una pozza d’acqua all’altra.


Deposizione: come accennato l’Ampullaria ha una diversità sessuale. Distinguere il sesso è difficilissimo, per fare una coppia, quindi, dovremo ospitare più esemplari. Quando la temperatura aumenta e il cibo si fà più abbondante (generalmente all’inizio dell’estate) il maschio inserisce il suo seme nella sacca ovarica della femmina, che dopo qualche tempo andrà a deporre le uova (un centinaio circa), probabilmente sul coperchio dell’acquario. E’ necessario che le uova stiano umide ma mai immerse nell’acqua, altrimenti le piccole morirebbero soffocate. Abbiamo 2-4 settimane prima che nascano. Visto che le piccole ampullarie potrebbero essere mangiate dai pesci, è bene allevarle in un acquario a loro dedicato. Il grappolo di uova si può delicatamente staccare con un coltellino, e possiamo adagiarlo su un galleggiante (ad esempio un pezzettino di polistirolo) nel loro futuro acquario. Quando nasceranno mangeranno il guscio del loro uovo e scenderanno, immergendosi, alla ricerca del primo cibo. In fase inziale potremo fargli trovare qualche scaglia di cibo possibilmente a base vegetale (andranno benissimo le scaglie per i Pecilidi), passeremo poi alle comuni pastiglie per pesci da fondo. Vera leccornìa utile alla crescia saranno rondelle di zucchina sbollentata (di cui lasceranno solamente la buccia), mela e banana (anche se queste ultime due risultano più inquinanti della prima).

Riassumendo: è necessario avere pH basico e GH elevato, assenza di pesci vivaci, acquario chiuso da coperchio. Per l’allevamento delle piccole ampullarie bisogna avere un acquario dedicato perché ne nasceranno un centinaio per ogni deposizione.

 tratto da AcquarioLife.it

NANOREEF: Come iniziare ad allestirlo…

Cos’è un nanoreef ?

Col termine “nanoreef” si intende un acquario marino di piccole dimensioni, generalmente di capacità inferiore agli 80 litri (20 galloni). E’il caso di sottolineare che gli americani hanno introdotto anche il termine “picoreef” per acquari sotto i 20 litri (5 galloni).

Perché allestire un nanoreef ?

- lo spazio: molte persone non dispongono in casa o in ufficio dello spazio necessario per un acquario tradizionale di 200 o più litri. Ecco che il nanoreef con le sue modeste dimensioni si presta a essere posizionato facilmente in molti punti.
- i piccoli dettagli: un grande acquario marino tropicale sicuramente riprodurrà al meglio un ambiente di scogliera corallina grazie alle possibilità di introdurre in vasca un ampia varietà di pesci e invertebrati, ma altrettanto affascinante e gratificante risulta ricreare lo stesso ambiente in miniatura: in questo modo si riescono ad osservare quei dettagli, rappresentati da organismi timidi o di piccole dimensioni, che generalmente in una vasca più grande sfuggono all’attenzione dell’osservatore.
-day-hospidal: spesso il nanoreef viene utilizzato come vaschetta in cui allevare a parte coralli o piccole talee di invertebrati.
- costi: la spesa totale è decisamente inferiore a quella effettuata per allestire acquari di più grosse dimensioni.

Allestire un nanoreef:

La vasca
Quando si decide di pianificare la realizzazione di un nanoreef la prima cosa a cui pensare è il volume della vasca. In commercio si trovano molti mini acquari di capacità diverse ma per lo più a forma di parallelepipedo. Per i più intraprendenti tuttavia è sempre possibile costruirsi una vaschetta di proprio gusto, magari di forma cubica che personalmente trovo, non solo esteticamente migliore, ma anche più facile da allestire, sia per le luci che per le rocce vive. Essa inoltre offre almeno tre lati per una buona osservazione dei piccoli organismi ospitati.
Si dovrebbero evitare anche le vasche alte in quanto non hanno una sufficiente superficie acquosa da permettere gli scambi gassosi.
30 – 40 litri costituiscono un volume standard adatto anche a chi si cimenta per la prima volta con questo tipo di tecnica.

L’ illuminazione

La scelta del sistema d’illuminazione in una vasca deve dipendere dalle specie animali ospitate.
Esistono diverse modalità per raggiungere un’illuminazione adatta al nostro nanoreef.
Per specie che hanno bisogno di una forte intensità luminosa, come ad esempio tutti gli invertebrati che posseggono al loro interno le alghe, è necessario un wattaggio da un minimo di 1 watt/litro ad un massimo di 3 watt/litro. In questo caso si possono usare le fluorescenti compatte ad alta resa che sono piccole, erogano molta luce e vanno da 9 a 65 watts. Alternativamente le classiche lampade HQI, agli alogenuri metallici, di cui però la potenza minima è di 70 watts e quindi costituirebbero una soluzione per i nanoreef più grandi e aperti. Il problema associato a questo tipo di illuminazione, probabilmente la migliore per i nostri invertebrati, è che l’elevato calore raggiunto causa una forte evaporazione ed è quindi d’obbligo un rabbocco d’acqua frequente e costante soprattutto nei mesi più caldi.
Pesci e crostacei sono animali meno esigenti in fatto di luce, in questo caso possiamo optare per i classici neon (8 o 14 watts) o le lampade a risparmio energetico, da preferirsi ai neon per le ridotte dimensioni che vanno dagli 11 a 24 cm di lunghezza a seconda del wattaggio ( 5 7 9 11 W).
Qualunque sia la lampada scelta è consigliabile orientarsi su una temperatura di colore superiore ai 5.000 gradi kelvin e associare ad essa una luce attinica da lasciar accesa 4 ore in più (due ore prima e due ore) della fonte di illuminazione principale per ricreare l’effetto alba – tramonto.

 

Metodi di filtraggio

Secondo la mia opinione la semplicità di un metodo naturale è la chiave per il successo di un nanoreef, è la soluzione economicamente più conveniente e sicuramente quella più facile da mettere in pratica.
Il segreto del metodo naturale consiste semplicemente in rocce e sabbia vive di ottima qualità, senza l’installazione dello schiumatoio e l’ aggiunta degli oligoelementi come si è soliti invece usare negli acquari di barriera più grandi.
L’eliminazione delle sostanze che si accumulano in vasca in seguito al metabolismo degli organismi e che possono raggiungere quantità tali da costituire un pericolo per gli organismi stessi, viene assicurata da frequenti cambi parziali d’acqua, circa il 15% circa ogni settimana. Il reintegro degli oligoelementi utilizzati dagli animali viene effettuato sempre tramite il cambio d’acqua, visto che tutti gli elementi utili li troviamo nel sale sintetico che usiamo quando prepariamo l’acqua marina.
Tale metodo richiede quindi costanti cambi d’acqua, con acqua e sali di buona qualità e l’ acqua marina preparata per il cambio deve avere le stesse caratteristiche chimico – fisiche (densità,
temperatura, pH) dell’acqua del nanoreef. Per un acquario grande, non seguire queste regole alla lettera può non comportare conseguenze per l’effetto diluizione, tuttavia in un nanoreef significa lasciar accumulare sostanze pericolose o rendere instabile l’equilibrio all’interno della vasca.

L’unica attrezzatura tecnica della vasca è rappresentata dalla pompa ad immersione che deve essere piccola e con una buona portata (400l/h) perché possa assicurare il movimento dell’acqua in ogni punto dell’acquario.

Il nanoreef può anche esser dotato di un tipo di filtraggio tradizionale con un piccolo filtro meccanico–biologico incorporato.
Si può anche considerare di aggiungere al filtro, o sostituire al posto di questo, uno schiumatoio di piccole dimensioni che utilizza il diffusore d’aria invece della pompa.
Personalmente sconsiglio tale metodo (metodo berlinese) soprattutto ai principianti perché lo schiumatoio, oltre a togliere la componente organica inquinante, sottrae all’acqua anche molti oligoelementi utili agli organismi della vasca che andranno poi reintegrati. Mantenere tuttavia un giusto equilibrio all’interno di un acquario di pochi litri, a maggior ragione con molti invertebrati, è piuttosto difficile.

Per ultimo, il sistema di filtraggio caro a molti appassionati di acquari di barriera, il sistema Jaubert, che, se attivato correttamente garantisce un’ottima stabilità dei valori e una minima manutenzione. Tale sistema si basa sulla realizzazione di un substrato diviso in tre zone: una prima zona sottostante, chiamata Plenum, mantenuta vuota da una grata di plastica che deve avere un altezza totale di circa 1.5-3 cm. Una seconda zona alta 4-5 cm di sabbia corallina a grana medio-grossa separata da una zanzariera dalla terza zona fatta di sabbia fine, preferibilmente viva, o di aragonite. Questo ultimo strato non dovrebbe essere inferiore ai 8-10 cm.
Facendo dei rapidi conti si capisce che il fondo occuperà molti centimetri quindi le vasche che si vogliono allestire in questo modo devono avere una altezza rilevante, solitamente superiore ai 35 cm.

Lo schiumatoio

Lo schiumatoio è un accessorio che può rivestire un’ importanza fondamentale in tutti gli acquari di barriera perché provvede alla depurazione fisica dell’acqua, sottraendo di continuo sostanze inquinanti. Purché non se ne scelga uno sovradimensionato, lo schiumatoio, sempre per lo stesso principio, è utile anche nel nanoreef. Attualmente il mercato offre diversi modelli di piccole dimensioni e al medesimo tempo efficienti, alcuni dei quali si possono appendere sul lato della vasca. Tutti si basano sull’immissione di aria all’interno di un tubo, la cosiddetta colonna di contatto, in cui le microbollicine immesse si miscelano all’acqua. Le bollicine d’aria cariche elettricamente legano molti degli inquinanti organici disciolti in acqua e li trasportano verso l’alto lungo la colonna. Una volta raggiunta la superficie dell’acqua, all’altezza del “collo del bicchiere”, i composti organici si separano dall’acqua stessa insieme alla schiuma, fino a depositarsi nel “bicchiere” ed essere quindi estratti in modo definitivo dall’acqua.
Nel bicchiere di raccolta si accumula così la schiuma con gli inquinanti formando un liquido verde olivastro o marrone che deve essere eliminato regolarmente mediante la pulizia del contenitore. In questo modo le molecole organiche quali proteine, lipidi, carboidrati e acidi grassi, derivanti dai processi metabolici degli ospiti della vasca, vengono eliminate dall’acquario prima che queste si trasformino, tramite la naturale decomposizione batterica, in nitrati e fosfati.
Inoltre lo schiumatoio riesce anche a rimuovere dall’acqua residui in sospensione e le tossine prodotte da molti invertebrati, facilitandone l’allevamento.
Apparentemente sembrerebbe non ci siano controindicazioni nell’utilizzo di questo accessorio tanto caro agli acquariofili marini. In realtà lo schiumatoio sottrae all’acqua anche importantissimi oligoelementi come il ferro e lo iodio perché legati a sostanze organiche chelanti. Il problema si risolve facilmente con regolari cambi parziali d’acqua o l’integrazione di oligoelementi specifici.
Infine viene eliminato dall’acqua anche il plancton che potrebbe costituire una sana e indipendente fonte di alimentazione per gli organismi dell’acquario e anche molti batteri, che però essendo presenti sempre in gran numero nella sabbia e nelle rocce vive, si riproducono molto velocemente.
Consiglio l’eventuale utilizzo dello schiumatoio in un nanoreef a periodi alterni, concentrandone il lavoro soprattutto dopo i pasti o quando l’acqua tende a ingiallirsi.

Sabbia e rocce vive

Indipendentemente dal metodo di filtraggio scelto, la sabbia corallina e le rocce della migliore qualità costituiscono la base di un buon sistema di filtrazione. Il fondo, fatta eccezione per il sistema Jaubert, deve avere uno spessore di 4–5 cm e deve essere costituito da sabbia corallina di piccole–medie dimensioni, meglio se prelevata da un acquario di barriera avviato al fine di accorciare i tempi di maturazione del sistema. Con un letto sabbioso più alto è necessario assicurarsi di avere molti organismi detritivori che rimescolino il fondo. L’altro elemento fondamentale nell’allestimento è rappresentato da rocce vive di ottima qualità, cioè irregolari, con molte fessure, colonizzate da una moltitudine di organismi animali e vegetali che contribuiscono, insieme ai microrganismi decompositori della sabbia, alla stabilità biologica del nanoreef. L’ideale sarebbe poter prelevare le rocce vive direttamente da una vasca avviata da diverso tempo ricche di batteri anaerobici che grazie alla riduzione dei nitrati in azoto sono un freno all’accumulo di nitrati in acquario.

Riscaldamento

Anche il nanoreef come i normali acquari di barriera necessità di una temperatura costante di 24 – 26 °C. Per riscaldare l’acqua esistono in commercio riscaldatori ad immersione con termostato integrato di diverse dimensioni e potenza. Riscaldatori compatti di 25 o 50W sono adatti per nanoreef di 30 – 40 litri.

Raffreddamento

Non è tanto il riscaldamento che preoccupa, quanto il mantenimento durante i mesi estivi di una temperatura compatibile con la vita degli organismi ospitati. Temperature di 30 o più gradi per diversi giorni consecutivi possono risultare letali per la maggior parte degli invertebrati. Un’estate particolarmente calda come quella di quest’anno ci obbliga a mettere un ventilatore orientato verso la superficie dell’acqua o utilizzare sistemi basati sull’uso delle ventoline per computer. In questo modo si riesce ad abbassare la temperatura di un paio di gradi ma aumenta di molto l’evaporazione della vasca. Utilizzare un refrigeratore come negli acquari di barriera classici può risultare particolarmente costoso e causare problemi d’installazione in acquari di piccole dimensioni.

Il movimento dell’acqua
Gli ospiti del nanoreef sono tendenzialmente organismi sessili, cioè fissi al substrato, senza capacità di movimento e come tali non sono in grado di cercare per se stessi le condizioni ideali di crescita e di riproduzione. In mare questo ruolo viene svolto da correnti marine più o meno intense che provvedono a mantenere pulita e ossigenata la superficie di molti invertebrati, a portare loro nutrimento e a rimuovere le sostanze di rifiuto. Inoltre il movimento dell’acqua provvede a distribuire uniformemente il calore.
In commercio esistono diversi tipi di pompe che, in un nanoreef come in un comune acquario di barriera, imprimono tutte una forte corrente dell’acqua, ricreando all’interno della nostra vasca le condizioni sopra menzionate. Si tratta prevalentemente di pompe ad immersione, che vengono quindi impiegate sott’acqua. La circolazione dell’acqua deve però essere adattata agli ospiti dell’acquario. Dovremo quindi scegliere pompe di portata adeguata alle dimensioni del nanoreef e alle esigenze degli animali presenti e posizionarle in modo tale che in ogni angolo della vasca ci sia un buon movimento, evitando cosi’ di creare zone stagnanti che porterebbero all’accumulo di sostanze di rifiuto e alla scarsità d’ossigeno disciolto. E’ inoltre importante che tutti gli invertebrati sessili siano raggiunti da un buon flusso sui loro tessuti, favorendo così l’allontanamento delle sostanze di rifiuto da loro prodotte e la cattura delle particelle di cibo.
Solitamente per ottenere una distribuzione valida del flusso d’acqua si usano due pompe collocate su lati diversi della vasca, una in superficie, l’altra in profondità e con il getto d’acqua che non colpisca direttamente i coralli.Le pompe possono venire azionate in alternanza attraverso un timer per simulare il cambiamento di corrente presente anche in natura.
Nella scelta della portata della pompa che crea il movimento dell’acqua, per un acquario di barriera si suggerisce di far circolare l’intero volume della vasca da 5 a 10 volte all’ora.
Per i nanoreef più piccoli non sono attualmente reperibili pompe di potenza adeguata e quelle di potenza maggiore comporterebbero un movimento eccessivo costituendo facilmente un fastidio per gli animali. L’erogatore d’aria può essere un valido sistema per creare una corrente; l’unico inconveniente è rappresentato dal brusio continuo prodotto dall’apparecchio.
Alternativamente come pompa di circolazione si può usare anche un filtro esterno allestito con frammenti di roccia viva. In questo modo si va ad aumentare il volume dell’acqua ed ad effettuarne la filtrazione biologica, contribuendo a rendere più stabile dal punto di vista chimico e biologico il nanoreef.

 


I valori dell’acqua

I valori ottimali di un nanoreef sono gli stessi che per un normale acquario di barriera:

Valore Minimo Massimo
Temperatura 24 26
Densità 1.022 1.024
pH 8.00 8.30
Ammoniaca Assente  
Fosfati Assenti 0,05 mg/l
Nitriti Assenti  
Nitrati Assenti 5 mg/l
dKH 8 10
Calcio 410 mg/l 450 mg/l

Il valore di pH

Il pH misura la concentrazione all’equilibrio degli ioni idrogeno presenti nella soluzione acquosa (pH= – log10? H+ ?). La scala del pH va da 0 (pH acido) a 14 (pH basico o alcalino). Questi valori dipendono dalla proporzione esistente nell’acqua tra i due ioni in cui la molecola dell’acqua stessa si dissocia: ioni idrogeno ( H+) e ioni idrossido (OH?). Nell’acqua distillata la concentrazione degli ioni idrogeno è uguale a quella degli ioni idrossido, per questo motivo le si attribuisce il valore neutro di pH 7. Da 0 a 6,9 si trovano i valori acidi , da 7,1 a 14 quelli alcalini o basici.
In natura non troviamo quasi mai l’acqua distillata perché essa scioglie sali e altre sostanze, ad esempio l’acqua marina, che contiene alte percentuali di sali basici, raggiunge valori di pH tra 8 e 8,5. In un acquario marino i valori pH ottimali sono compresi tra 8,1 ed 8,3 ma alcuni fattori concorrono all’abbassamento di tali valori: gli acidi organici e l’anidride carbonica (CO2) derivanti dal catabolismo degli animali, e il consumo delle importanti sostanze tampone.
E’ importante tenere presente che il pH misurato al mattino ha un valore inferiore rispetto a quello misurato alla sera e questo perché di notte, al buio, la CO2 non viene consumata attraverso la fotosintesi dei vegetali (piante e alghe) come invece avviene nel corso del giorno, e di conseguenza la concentrazione di CO2 in acqua aumenta e il pH diminuisce.
Un forte movimento dell’acqua che favorisca la dispersione di CO2, una ricca popolazione di batteri aerobi che effettui efficacemente la decomposizione dei prodotti organici degli animali, il mantenimento di un giusto valore di sostanze tampone (durezza carbonatica) che neutralizzino velocemente gli acidi, contribuiscono a tenere il pH entro i valori ottimali.

 

Il valore di KH

Il valore di KH, indica il contenuto di carbonati e bicarbonati in acqua, cioè la sostanze tampone in grado di neutralizzare un improvviso cambiamento di pH. Si parla di durezza carbonatica o anche di capacità tamponante l’acidità perché spesso in acquario si formano prodotti del catabolismo acidi che abbasserebbero il pH se non ci fossero queste sostanze tampone a neutralizzarli. La loro quantità viene indicata in gradi tedeschi di durezza carbonatica (°dKH). Il valore del KH, in acqua marina naturale è di circa 7° dKH, in acquario, dove non si ha l’effetto diluizione di una grande massa d’acqua, è consigliabile mantenere valori tra 7 e 12° dKH. L’ autore Peter Wilkens, invece, consiglia una riserva tampone più consistente, pari a 15-20° dKH. Se il valore in acquario è molto più basso, ci saranno meno sostanze tampone a mantenere inalterato il pH. E’ importante quindi tenere stabile la quantità di tali sostanze in acquario.Vediamo come.Quando effettuiamo un cambio d’acqua, l’acqua marina che introduciamo contiene in abbondanza i carbonati, che costituiscono un componente fondamentale di ogni buona miscela di sali marini. Spesso, inoltre, l’acqua del rubinetto di casa nostra è abbastanza calcarea per cui, se potabile e se non necessita di alcun trattamento, la si può usare per reintegrare l’acqua evaporata o addirittura per la preparazione dell’acqua marina al posto dell’acqua d’osmosi. Con questi metodi si misura in acquario una durezza carbonatica sufficiente a tamponare eventuali cambiamenti repentini del valore di pH. L’acqua calcarea e il reattore di calcio sono altri due sistemi con cui è possibile aumentare la durezza carbonatica.

Il calcio

Il calcio è un elemento presente nell’acqua di mare in concentrazioni di 420-450 mg/l e risulta di fondamentale importanza per molti organismi marini. E’ necessario per i processi metabolici, viene utilizzato dalle madrepore nella costruzione dello scheletro, dai molluschi per la conchiglia, dai crostacei per l’esoscheletro, da alcune alghe e anche dai coralli molli che posseggono all’interno del loro tessuto piccoli elementi scheletrici di sostegno contenenti calcio. Molti invertebrati che alleviamo hanno una conchiglia o uno scheletro costituito da calcio, sarà quindi importante mantenere in acquario una quantità di questo elemento simile a quella naturale. Questo è particolarmente importante per tutti i coralli e le Tridacne il cui apporto di calcio dipende dal prelievo dall’acqua e non dall’alimentazione. Se nel nostro acquario decidiamo di allevare solo coralli molli, non sarà necessario misurare regolarmente la quantità di calcio presente perché questo verrà sufficientemente reintegrato tramite i sali con cui prepariamo l’acqua marina o eventualmente tramite l’acqua del rubinetto ricca di calcio utilizzata per rabboccare l’acqua evaporata. Se invece decidiamo di allevare madrepore o Tridacne, che producono carbonato di calcio, è bene misurarlo frequentemente per fare le eventuali integrazioni, in quanto in questi casi spesso non è sufficiente quello introdotto coi cambi d’acqua o con il rabbocco. Per aumentare il tasso di calcio vi sono diversi metodi: il cloruro di calcio che si scioglie facilmente nell’acqua dell’acquario, la cosiddetta acqua calcarea che si può facilmente preparare in casa con l’idrossido di calcio e il reattore di calcio grazie al quale si aumenta anche la durezza carbonatica.

Gli oligoelementi

Nel mare sono disciolti in piccolissime quantità molti elementi che, sebbene scarsi come quantità, sono di importanza vitale per tutti gli organismi marini, animali e vegetali. Queste sostanze contenute in tracce nell’acqua di mare sono gli oligoelementi (dal greco “oligos”: in piccola quantità). Animali e alghe prelevano questi elementi dall’acqua dell’acquario e li accumulano all’interno dei loro tessuti. Nonostante ne vengano introdotti con il mangime e i cambi d’acqua, in acquario gli oligoelementi tendono a diminuire. Quindi, se non possiamo ricorrere a frequenti cambi d’acqua per integrarli, effettueremo delle aggiunte di questi composti. Tra questi oligoelementi, il più importante per la funzione che svolge in acquario, è lo iodio la cui concentrazione in acqua di mare è di circa 0,06 mg/l. In generale, lo iodio interviene in importanti processi vitali sia di vertebrati che di invertebrati; i coralli lo utilizzano per la formazione dei pigmenti indispensabili alla protezione dai raggi ultravioletti e i crostacei, in carenza di iodio, non riuscirebbero a indurire l’esoscheletro dopo la muta.Un altro oligoelemento importante è lo stronzio, presente nell’acqua di mare in concentrazione di 8 mg/l e il mantenimento del giusto livello in acquario sembra, secondo molti autori, rivestire un ruolo fondamentale nella formazione degli scheletri di corallo, dove ne entra a far parte come carbonato di stronzio.Lo iodio e lo stronzio sono due additivi facilmente reperibili in commercio. Tuttavia è molto comune usare, circa una volta alla settimana, soluzioni che reintegrano tutti gli oligoelementi e che vanno affiancate o sostituite agli integratori di stronzio e iodio. E’ importante fare attenzione a non sovradosare le quantità perché un loro eccesso è molto più pericoloso per gli organismi dell’acquario di una loro scarsa quantità.

Ammoniaca, Nitriti, Nitrati

L’azoto è sicuramente l’elemento che causa i maggiori problemi in un acquario di barriera. La maggior parte degli organismi marini espellono dal loro corpo come prodotti di rifiuto ammoniaca, ammonio, urea e acido urico, e tutti questi composti hanno come componente l’azoto. Altri composti contenenti azoto derivano dalla morte e dalla decomposizione degli organismi animali e vegetali e dalle particelle di cibo. In natura come in acquario le sostanze organiche azotate sono decomposte dai batteri in sostanze inorganiche e durante il processo di trasformazione si formano prodotti che, sebbene sufficientemente diluiti in una grande massa d’acqua qual è il mare, possono risultare tossici in un piccolo sistema biologico.Al valore di pH 8.3, tipico dell’acqua marina, l’ammoniaca (NH3) si presenta, fortunatamente, quasi tutta nella forma protonata, non tossica, dello ione ammonio (NH3). Ammonio e ammoniaca, derivati dalla demolizione delle proteine e dall’escrezione degli organismi, se in presenza di una buona popolazione batterica consona a un acquario di barriera, vengono subito ossidati a nitriti dai batteri stessi. Lo step successivo è rappresentato dall’ossidazione dei nitriti a nitrati. Un contenuto elevato di nitriti,tossico per tutti gli animali dell’acquario, è indice di incompleto ciclo di trasformazione da parte dei batteri e di una eccessiva presenza di scorie. Concentrazioni di nitriti più alte di 0.05 mg/l non sono tollerate in un acquario di barriera. I nitrati, diversamente dai nitriti, non sono tossici e in quantità limitate sono importanti, tanto quanto i fosfati, per le alghe simbionti dei coralli. In un acquario popolato solo da pesci un valore alto di nitrati (100 o 200 mg/l) non è pericoloso e lo stesso vale se si allevano invertebrati poco delicati come gli Alcionidi. In caso di organismi più sensibili come le madrepore, valori superiori a 10 – 20 mg/l risultano dannosi.La concentrazione di nitrati può essere diminuita tramite cambi d’acqua (10% dell’acqua in acquario ogni mese) e grazie alla denitrificazione operata dai batteri anaerobi presenti soprattutto all’interno delle rocce vive e nel sabbia corallina. Solitamente la formazione e la decomposizione dei nitrati ad opera dei batteri raggiungono un buon equilibrio in un acquario di barriera ben avviato. Per la misurazione dei nitriti e dei nitrati esistono in commercio appositi test, facili da usare e sufficientemente accurati per scopi acquariologici

Animali consigliati per un nanoreef

Innanzitutto bisogna precisare che un nanoreef può essere affascinante anche se contiene solamente un ciuffo di spirografi, un gamberetto pulitore e qualche lumaca.e non deve essere una vasca dove immettere per forza (e a forza) il maggior numero possibile di animali. I protagonisti principali di questi acquari sono gli invertebrati sessili, in particolar modo i coralli molli che formano colonie dai singoli polipi molto piccoli. A questi appartengono i coralli della famiglia Alciionidae come ad esempio Sarcophyton e Sinularia, i coralli molli ad alberello della famiglia Nephtheidae come Nephthea, la famiglia Clavularidae (Clavularia sp.), la famiglia Xenidae (Xenia sp., Anthelia sp.), Briareum sp., Cladiella sp..
Sono adatti anche gli actinodiscidi, Discosoma sp. e Rhodactis sp.della famiglia Discosomatidae e Ricorda florida della famiglia Ricordeidae.
Molto adatti e facili da tenere sono gli Zoantiniari dei generi Palythoa e Zoanthus.
Vi si possono aggiungere anche i vermi come piccoli spirografi o quelli dal tubo calcareo.

Tra gli invertebrati mobili, molti sono i crostacei che possiamo ospitare nel nostro nanoreef.
Considerando dapprima i gamberetti, si devono scegliere quelli di piccola taglia come i gamberetti danzatori (Rhynchocinetes durbanensis) o una coppia tra le specie più piccole di Stenopus o le minuscole specie simbionti Periclimenes. Una coppia del gamberetto arlecchino (Hymenocera picta) costituisce una valida alternativa allo Stenopus.
Anche i granchi sono graditi inquilini della piccola vasca, come i granchi freccia (Stenorhynchus sp.) o i granchi porcellana (Neopetrolisthes sp.).
Sono molto apprezzati anche gli alghivori come alcuni piccoli paguri e lumachine come Stomatella sp. e Euplica versicolor.
Tra gli Echinodermi, utili come “spazzini”, le ofiure nane e le stelle dei generi Nardoa e Asterina.

Personalmente trovo che in un nanoreef i pesci devono venire introdotti in numero limitato, uno, due o al massimo tre pesci, in funzione delle dimensioni della vasca, possano arricchire ulteriormente l’ambiente, senza per questo aumentare troppo i rischi legati al loro più attivo metabolismo che, in pochi litri, può modificare in modo repentino i valori chimico fisici dell’acqua. Occorre escludere dalla scelta animali grandi e dal nuoto vivace e stadi giovanili di pesci grandi perché nella crescita necessitano di molti spazi e alimento.
Fra le specie ideali ci sono le specie di Gobidi o Blennidi di piccole dimensioni e che generalmente non si allontanano neanche in natura dalla loro tana. Tra i Gobidi, sono adatte le specie di Gobiosoma, preferibilmente mantenute in coppia, e quelle di Gobiodon.Tra i Blennidi le specie del genere Ecsenius.
Anche Pomacentridi di piccola taglia come Chromis viridis o Chrysiptera parasema sono pesci che è possibile allevare con successo in un nanoreef.

Tratto da nanoreef.it

IL PRIMO ACQUARIO: Qualche consiglio su come iniziare…

Come prima cosa è necessario stabilire la capienza dell’acquario che ci possiamo permettere di acquistare, tanto per la spesa da affrontare quanto per lo spazio che abbiamo a disposizione.
La capienza dell’acquario infatti influenza quali e quanti/e pesci e piante possiamo ospitare nella vasca.
Se si ha la possibilità, di denaro e di spazio, per acquistare una vasca di almeno 100 litri di capienza, posso garantire per esperienza che a livello di gestione risulta essere una capienza ottimale.
Anche per il calcolo delle diverse percentuali (acqua demineralizzata, fertilizzante, etc.) avendo una capienza di 100 litri il calcolo in percentuale è presto fatto, questo è un aspetto che può sembrare banale ma spesso può rivelarsi comodo.
Una capienza di 100 litri inizia già ad essere buona, non è proprio una vaschetta, quindi è possibile inserire un discreto numero di piante e pesci, sempre secondo le dimensioni che raggiungeranno una volta cresciute (le piante) e da adulti (i pesci).
Nulla e nessuno vieta ovviamente di acquistare vasche più piccole, personalmente troppo piccole non fanno parte dell’idea che io ho dell’acquario.
Una vasca da 100 litri infatti inizia a facilitare parecchio gli scambi gassosi in superficie, la gestione dell’acquario è ottimale, più è piccola più spesso è necessario effettuare cambi di acqua, pulizia del filtro, etc.

Stabilite le dimensioni della vasca dobbiamo posizionarla dove sia possibile effettuare in comodità interventi di periodica manutenzione, cambi di acqua, potatura delle piante, raggiungere agevolmente gli scomparti del filtro, sostituzione del termoriscaldatore, delle lampade, etc.
Insomma, è necessario poter effettuare ogni tipo di intervento con facilità, ricordate che è una passione, non ci deve complicare la vita, al contrario, dare soddisfazioni, quindi la facilità degli interventi deve essere ottima.

La scelta dei pesci e delle piante deve essere fatta in base alle dimensioni della vasca, non in base a gusti personali; ovvio che anche questi hanno il loro peso, ma se decidiamo di allevare Astronotus le ridotte dimensioni dell’acquario ce le dobbiamo scordare da subito.
Se si desidera a tutti i costi ospitare una determinata specie di pesci e/o piante, è giusto prima dell’acquisto acquisire informazioni riguardo lo spazio che necessitano, si tratta di indicazioni basilari facilmente riscontrabili, un pesce ad esempio che raggiunge da adulto dimensioni di 15-20 cm di lunghezza, non può essere allevato in una vasca da 60 litri, così come una pianta che raggiunge ragguardevoli dimensioni deve trovare spazio idoneo, tanto per l’apparato radicale quanto per il fogliame.

Molto spesso il neofita allestisce un acquario di comunità, cosìdetto perchè vengono messi nella vasca pesci di differente provenienza geografica che spesso mal sopportano le medesime condizioni dell’acqua.
Questa è una cosa che sconsiglio personalmente, ed a ben pensarci è anche una cosa piuttosto illogica, allevare nella stessa vasca scalari e Julidochromis ornatus.
Pesci che provengono da continenti diversi, hanno esigenze e comportamenti che assolutamente non possono collimare.
Risulterebbe anche una violenza nei confronti dei pesci che si ritroverebbero a vivere in condizioni a loro non confacenti.
Vero è che la stragrande maggioranza di pesci arriva da generazioni di allevamenti in cattività, allevamenti realizzati da aziende specializzate che si occupano poi di vendere all’ingrosso, tanto per i pesci quanto per le piante.
Ma per essere chiari, le pere e le mele non sono lo stesso frutto.

Non vorrei risultare prolisso ma la scelta dei pesci e delle piante che abbiamo intenzione di ospitare deve influenzare in maniera determinante la capienza della vasca.
Vogliamo cominciare e non sappiamo quali pesci e quali piante?
Facciamo un giro nei negozi per renderci conto quelle che possono essere le nostre esigenze, una volta orientati sarà possibile pensare alla vasca ed ai suoi accessori per l’allestimento.

Non è naturalmente necessario avere un acquario dedicato (ad una sola specie), ad esempio pesci come platy, guppy, xiphophorus (portaspada), piante come echinodorus, potrebbero già dare vita ad un bellissimo ecosistema da avere nelle nostre mura domestiche.

Aquari: I trucchi per il buon filtraggio…

Acquario Dolce e Marino

- Filtraggio -

Il filtro può essere considerato il vero e proprio cuore dell’acquario. La sua funzione, infatti, è vitale per rendere l’ambiente dell’acquario, un ecosistema chiusa, più vivibile per la maggior parte degli organismi. In commercio esistono diversi sistemi di filtraggio più o meno efficaci riconducibili a tre tipi fondamentali: meccanico, biologico e adsorbente. Il primo trattiene meccanicamente le particella in sospensione mediante fibre sintetiche ( lana di perlon ) e resine ( spugna ad elevata porosità ). Il filtro biologico decompone le sostanze organiche attraverso la flora batterica, colonizzata in materiali ultraporosi ( resine espanse, cannolicchi di ceramica,   biosfere, argilla espansa ecc…) che ha il compito di trasformare i composti azotati in nitriti e successivamente in nitrati, meno dannosi a basse concentrazioni. Questi andranno eliminati o ridotti periodicamente attraverso i cambi parziali dell’acqua. Infine la funzione adsorbente viene garantita da particolari materiali filtranti ( carbone attivo ), utilizzati all’occorrenza, che  eliminano dall’acqua sostanze medicinali, coloranti e cattivi odori rendendola trasparente e cristallina.

- Filtro biologico - Ottimi risultati, in particolar modo per le vasche di nuova costituzione, si possono avere utilizzando un classico filtro meccanico-biologico interno o esterno. Il materiale filtrante dovrà essere disposto in modo appropriato. Il primo scomparto che funge da pre-filtro andrà riempito da lana di perlon a da resine a maglie grandi. Questi materiali dovranno essere lavati o sostituiti periodicamente per evitare l’intasamento del filtro e l’accumulo di sostanze organiche. In questo senso il filtro è una vera e propria fabbrica di nitrati. Per  evitare in parte questo inconvenienti si potrà sostituire la lana con della lenza ammassata (  es: piccoli brandelli di rete non più utilizzate da pescatori ) senza mai sostituirla o lavarla. In quest’ultimo caso sarà necessario un monitoraggio più approfondito sul  perfetto funzionamento della pompa. Nel secondo scomparto, verranno inseriti i materiali per il filtraggio biologico ( cannolicchi di ceramica ultraporosi ecc…) che col tempo verranno colonizzati da batteri e che costituiscono il vero cuore dell’acquario. Infine nell’ultimo scomparto, si potranno utilizzare materiali per il filtraggio chimico come il carbone attivo.

-  Filtro sottosabbia - Questo tipo di filtro maggiormente utilizzato in passato si può considerare un filtro biologico supplementare. E’ costituito da una grata posta sotto il fondo che funge da substrato per la  colonizzazione della flora batterica e  attraverso cui passa l’acqua con l’ausilio di una pompa centrifuga.  Molti ritengono superfluo il suo utilizzo. La motivazione principale è riconducibile nell’inevitabile intasamento dopo pochi mesi dal suo utilizzo. Per questo è sconsigliato come unico sistema di filtraggio, piuttosto meglio impiegarlo come filtro secondario.

- Filtro percolatore -  In questo tipo di filtraggio, i  materiali filtranti non sono immersi in acqua come negli altri filtri ma vengono attraversati con un sistema di caduta a pioggia. In queste condizioni, a elevate concentrazioni di ossigeno,  la flora batterica costituita da batteri aerobici ( che necessitano di ossigeno ), raggiunto il massimo sviluppo, potranno decomporre le sostanze organiche inquinanti in nitrati. Il vano filtro verrà riempito da biosfere, materiali filtranti molto leggeri e di ampia superficie per l’insediamento dei batteri. Dopo aver attraversato il filtro, l’acqua si radunerà  nel vano di raccolta dove una pompa di elevata prevalenza, la riporterà in vasca.

- Filtro ad alghe - Anche questo sistema può essere aggiunto al classico sistema di filtraggio. Affinché possa funzionare efficacemente occorrerà una discreta quantità di alghe che possano assimilare nitrati per utilizzarli come fonte di azoto. Una maggiore intensità luminosa associata a una buona circolazione dell’acqua favorirà una elevata crescita vegetale che  dovrà essere  rimosse periodicamente per eliminare una buona quantità di sostanze inquinanti.

- Filtro antinitrati – Denitratore - Questo filtro di ultima generazione è caratterizzato da una notevole superficie filtrante  colonizzata, diversamente dagli altri sistemi di filtraggio,da batteri anaerobici che si nutrono di nitrati rilasciando azoto gassoso. Questi per poter esercitare efficientemente la loro funzione necessitano di un ambiente povero di ossigeno costringendoli per vivere, a nutrirsi di nitrati. Il passaggio dell’acqua dovrà essere molto lento. Per tale scopo si potrà utilizzare il metodo “goccia a goccia” che dovrà essere tarato e controllato periodicamente con molta cura per evitare la  formazione di pericolose zone stagnanti responsabili della formazione di anidride solforosa e acido solfidrico molto dannosi per gli ospiti della nostra vasca. Per evitare tale inconveniente, si potrà utilizzare un controller del potenziale redox. Tale strumento regolerà automaticamente il funzionamento del denitratore agendo direttamente sulla pompa di alimentazione.

NanoReef: somministrare la Kalkwasser

Il progetto per somministrare la kalkwasser…

IDEATO DA LUCA (nanoreef.it)

 

Questo mio progetto è nato dall’esigenza di somministrare la kalkwasser in acquario in modo semplice e veloce rispetto ad altri metodi trovati in giro.
Il sistema a tanica lo trovo molto semplice ma costringe a preparare la miscela tutti i giorni, in più l’acqua calcarea rimane molto a contatto con l’aria con conseguente precipitazione.
Il reattore di calcio invece è una soluzione, per me, troppo laboriosa da autocostruire.

Il funzionamento:
lo schema mostra il funzionamento del reattore. L’acqua proveniente dalla tanica di acqua di osmosi finisce dentro una bottiglia dove è contenuta la kalk precedentemente preparata, agitata e fatta riposare. In uscita dalla bottiglia si ha la famosa acqua calcarea che va dosata goccia a goccia tramite un rubinetto.

Componenti e costruzione:
i componenti sono pochi e di facile reperimento.
- 2 rubinetti per impianti gocciolatori
- 1 Bottiglia del latte in PET 1lt.
- Tubo per areatore o impianto gocciolatore quanto basta.

Si prende la bottiglia di latte (ho preferito usare una bottiglia con tappo molto largo che agevola notevolmente le operazioni) si lava accuratamente e si toglie l’etichetta. Sul tappo con l’ausilio del trapano si praticano due fori sul quale vanno avvitati i due rubinetti. Dal lato del tappo che guarda dentro la bottiglia applichiamo sulle sporgenze dei rubinetti un pezzo di tubo uno più lungo (ingresso acqua) e uno più corto (uscita acqua) come nello schema.

Il tubo più corto si fermerà a circa 2cm sotto il tappo mentre quello più lungo si fermerà a circa 3 o 4 cm dal fondo della bottiglia.
La costruzione è tutta qui….. ecco il reattore di kalkwasser per nano!

 

Fasi di messa in funzione

1)Riempire la bottiglia per 3/4 di acqua di osmosi
2)Mettere 3-4 cucchiai di calcio idrossido
3)Riempire fino all’orlo la bottiglia di acqua di osmosi
4)Sopra un lavandino chiudere la bottiglia con il tappo modificato
5)Agitare lentamente fino ad avere l’acqua lattiginosa
6)Attendere qualche ora che la soluzione si schiarisca
7)Iniziare la somministrazione

Somministrazione nei giorni successivi finché il calcio idrossido si è consumato nella bottiglia.

1)Agitare lentamente fino ad avere l’acqua lattiginosa
2)Attendere qualche ora che la soluzione si schiarisca
3)Iniziare la somministrazione

Finito il calcio idrossido nella bottiglia basta svuotarla e sciacquarla e rimettere tutto in funzione.

Io per dosare la giusta quantità di kalkwasser nell’arco della nottata senza tanti rischi adotto la procedura come nello schema.

Metto solo l’acqua evaporata nella tanica es. 1 lt che posiziono più in alto dell’acquario mentre la bottiglia la posiziono più bassa rispetto al livello in acquario. In questo modo sono sicuro che nella bottiglia non entrerà mai aria e nell’acquario andrà solo l’acqua necessaria…. insomma sonni tranquilli…….
Ultima cosa alla fine del tubo di pescaggio dalla tanica di acqua osmotica inserisco uno porosa così viene aspirata tutta l’acqua fino all’ultima goccia.

Ecco alcune immagini dell’opera finita…